In Italia mortalità infantile tra le più basse al mondo

  ICT, Rassegna Stampa
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In Italia muoiono sempre meno neonati: 1,8 ogni 1000. Nel mondo il tasso è 17,2

L’Italia è oggi tra i luoghi più sicuri al mondo dove nascere. Lo dicono i numeri del Child Mortality Report 2025: il tasso di mortalità infantile è tra i più bassi a livello globale, con soli 2,3 decessi ogni 1.000 nati vivi. Eppure, la sicurezza dei dati non cancella la fragilità dei più piccoli: per molti neonati, i primi giorni di vita rappresentano ancora una sfida sospesa su un filo sottile.”

Il volto della mortalità infantile è cambiato radicalmente. Se un tempo le cause principali erano le carenze igieniche o la mancanza di cure, oggi il rischio si concentra quasi esclusivamente sulla fase neonatale e su casi di estrema complessità clinica. La medicina moderna si sposta su una nuova frontiera: quella dei grandi prematuri — nati anche prima della 28ª settimana — con organismi ancora fragili e vulnerabili alle infezioni. Parallelamente, grazie a diagnosi prenatali sempre più precise e interventi tempestivi, siamo in grado di affrontare malformazioni congenite che un tempo non avrebbero lasciato speranza. Tuttavia, in questo scenario, il “rischio zero” rimane un miraggio. La vera sfida oggi si gioca nella gestione di fragilità estreme, dove anche i sistemi sanitari più avanzati si scontrano con i limiti della natura.

Italia tra i Paesi con meno morti infantili

La mortalità infantile, cioè i decessi che avvengono entro il primo anno di vita, in Italia è crollata negli ultimi decenni. Se nel 1990 si registravano 8,4 decessi ogni 1.000 nati vivi, nel 2024 il dato è sceso a 2,3. Tradotto in numeri reali, il cambiamento è impressionante: siamo passati da 5.000 decessi nel primo anno a circa 1.000. In poco più di trent’anni, il rischio si è ridotto di oltre due terzi, posizionando il nostro Paese ai vertici della sicurezza mondiale. Questo risultato è legato a un sistema sanitario pubblico che, pur tra difficoltà, ha mantenuto standard elevati, insieme a una migliore assistenza durante la gravidanza e a condizioni di vita che oggi garantiscono ai neonati una protezione senza precedenti.

Mortalità neonatale in Italia: dati e sfide

Oggi la vera sfida della mortalità infantile si gioca nei primissimi giorni di vita. La mortalità neonatale — cioè quella che riguarda i primi 28 giorni — è la fase in cui la vulnerabilità del neonato è massima. Anche qui il progresso italiano è evidente: siamo passati dai 6,4 decessi ogni 1.000 nati vivi del 1990 — circa 4.000 casi l’anno — ai 3,5 del 2000, fino a raggiungere 1,8 nel 2024, un livello molto più basso rispetto alla media globale, pari a 17,2 per 1.000.

Se si guarda alla distribuzione delle cause, emerge con chiarezza dove si concentra oggi il rischio. Come si vede dal grafico, la prematurità da sola pesa per oltre un terzo dei decessi neonatali (36,6%), confermandosi il fattore più rilevante. Seguono le anomalie congenite (22,6%) e un insieme di condizioni meno specifiche ma comunque significative (circa 20%). Più distanziate, ma ancora rilevanti, le complicazioni legate al parto, come asfissia e trauma (12,4%), e le infezioni sistemiche come la sepsi (8,0%). Le altre cause, come le infezioni respiratorie o le lesioni, incidono invece in misura molto più limitata. Nel complesso, il quadro è chiaro: la mortalità neonatale non è più dominata da cause diffuse e prevenibili, ma da condizioni complesse, spesso legate allo sviluppo del neonato e alla fase immediatamente successiva alla nascita.

Perché ridurre la mortalità infantile è più difficile

Per capire davvero questi numeri, però, non basta guardare quanto sono scesi: conta anche con quale velocità. Nel caso dell’Italia, la riduzione della mortalità segue un ritmo medio annuo del 3,7% tra il 1990 e il 2024, un dato che racconta un miglioramento costante nel tempo. Ma c’è un aspetto interessante che merita di essere messo sotto attenzione: man mano che i livelli diventano molto bassi, continuare a ridurli diventa sempre più difficile. È come avvicinarsi a un limite: ogni ulteriore passo richiede interventi più mirati, tecnologie più avanzate e una qualità dell’assistenza sempre più alta. Per questo oggi il calo appare meno “visibile” rispetto al passato, ma è in realtà il segnale di un sistema che ha già raggiunto standard molto elevati e che ora lavora su margini sempre più sottili.

In calo anche la mortalità sotto i 5 anni

Se si allarga lo sguardo ai primi cinque anni di vita, il quadro resta coerente. In Italia il tasso di mortalità sotto i cinque anni passa da 9,7 decessi ogni 1.000 nati vivi nel 1990 a 5,6 nel 2000, fino a 2,7 nel 2024, con una riduzione complessiva di oltre il 70%. Anche in questo caso il calo si riflette nei numeri assoluti: da circa 5.000 morti l’anno a poco più di 1.000. Un elemento che emerge dai dati è il divario tra maschi e femmine: i primi presentano un rischio leggermente più alto, sia nel 1990 (10,6 contro 8,7) sia nel 2024 (2,9 contro 2,5). È una differenza fisiologica osservata in molti Paesi, ma che si riduce man mano che i livelli complessivi scendono.

Mortalità infantile nel mondo: dati e trend

Anche a livello globale, la mortalità infantile si concentra sempre più all’inizio della vita. Nel 2024 i decessi sotto i cinque anni sono pari a 4,9 milioni, di cui 2,3 milioni avvengono nei primi 28 giorni: significa che circa il 47% delle morti si registra nel primo mese. È un dato in crescita rispetto al passato: nel 2000 la quota neonatale era intorno al 41%, segno che il peso dei primi giorni di vita è aumentato nel tempo. Il motivo è chiaro guardando le dinamiche: tra il 2000 e il 2024 la mortalità tra 1 e 59 mesi è diminuita del 57%, mentre quella neonatale si è ridotta del 45%, quindi più lentamente. Il risultato è uno spostamento progressivo del rischio verso la fase iniziale della vita.

Il rischio, quindi, non è scomparso, ma si è compresso in una finestra temporale molto più breve. Oggi non è più distribuito lungo tutta l’infanzia, ma si concentra nelle prime settimane, e in molti casi nelle prime ore dopo la nascita. È un passaggio cruciale: il momento del parto, la transizione alla vita autonoma, le condizioni immediate del neonato. I numeri raccontano proprio questo: meno morti complessive, ma sempre più concentrate in uno spazio iniziale ristretto, dove ogni intervento deve essere rapido e altamente efficace. È qui che si gioca oggi la parte decisiva della sopravvivenza nelle prime settimane di vita.

Prematurità e parto tra le cause principali

Nei Paesi ad alto reddito la mortalità infantile non è più legata in modo prevalente a infezioni diffuse o alla mancanza di cure, ma a condizioni che emergono nelle fasi più delicate della nascita e subito dopo. A livello globale, tra i decessi neonatali – cioè nei primi 28 giorni di vita – la causa principale è la prematurità (18%), seguita dalle complicazioni legate al parto, come asfissia o trauma (10%), e dalle anomalie congenite (7%). Si tratta di eventi che dipendono meno dalla semplice disponibilità di cure e più dalla qualità e tempestività dell’assistenza: il grado di sviluppo del neonato, le condizioni della gravidanza, la gestione clinica del parto e le prime ore di vita. È qui che si concentra oggi una quota rilevante dei decessi, all’interno di un contesto sanitario già avanzato.

Questo spostamento delle cause cambia anche il significato dei dati sulla mortalità. Se in passato interventi come vaccinazioni, igiene e accesso ai servizi sanitari permettevano riduzioni rapide e diffuse, oggi il margine di miglioramento si gioca su ambiti molto più specialistici. La riduzione ulteriore dei decessi dipende dalla capacità di intervenire su casi complessi, che richiedono tecnologie avanzate, personale altamente qualificato e un’organizzazione efficace dell’assistenza. In questo scenario, la mortalità infantile diventa sempre più un indicatore della qualità del sistema sanitario, in particolare della sua componente ospedaliera e neonatologica, più che delle condizioni sociali di base.

Mortalità infantile: progressi più lenti dopo il 2015

Negli ultimi anni la riduzione della mortalità infantile ha perso slancio. Tra il 2000 e il 2015 il calo dei decessi sotto i cinque anni è stato rapido e continuo, con un tasso medio annuo del 3,9%. Nel periodo successivo, dal 2015 al 2024, il ritmo si è ridotto all’1,5% annuo, circa 2,5 volte più lento. I progressi non si sono fermati, ma hanno cambiato intensità: la traiettoria resta in discesa, ma con una pendenza molto più contenuta, a fronte di 4,9 milioni di morti nel 2024.

Questo cambio di ritmo riflette una trasformazione nella natura della mortalità infantile. Le riduzioni più rapide si sono ottenute intervenendo su cause diffuse e prevenibili. Oggi il peso si concentra su condizioni più complesse, soprattutto nel periodo neonatale. Con l’avvicinarsi a livelli più bassi, ogni ulteriore riduzione richiede interventi più sofisticati e produce risultati più graduali. Se la tendenza attuale prosegue, si stimano 27,3 milioni di morti sotto i cinque anni entro il 2030, a conferma di un rallentamento che ha implicazioni rilevanti anche nel medio periodo.

Dove si muore di più nel mondo

La distribuzione della mortalità sotto i cinque anni resta profondamente diseguale tra le diverse aree del mondo. Nel 2024 l’Africa subsahariana registra il livello più elevato, con 71,6 decessi ogni 1.000 nati vivi, seguita dall’Asia meridionale (32,8), mentre l’Asia orientale e sud-orientale scende a 13,0. Valori intermedi si osservano in America Latina e Caraibi (15,4) e in Nord Africa e Asia occidentale (26,1). All’estremo opposto si collocano le aree a più alto reddito: Europa e Nord America si attestano a 5,2 per 1.000, mentre in Australia e Nuova Zelanda il dato scende fino a 3,8. Il divario resta quindi molto ampio: si passa da meno di 4 decessi per 1.000 nei sistemi più avanzati a oltre 70 in alcune aree africane, con differenze che superano di oltre dieci volte tra i livelli più bassi e quelli più alti.

Questa distanza tra le aree si riflette anche nella forte concentrazione geografica dei livelli più elevati. Nel 2024 solo tre Paesi – Niger, Nigeria e Somalia – superano i 100 decessi per 1.000 nati vivi, mentre nel 2000 erano 41. I 20 Paesi con i tassi più alti presentano tutti valori superiori a 60 per 1.000 e 19 su 20 si trovano nell’Africa subsahariana. Il quadro globale è quindi sempre più polarizzato: da un lato la maggior parte del mondo ha ridotto drasticamente la mortalità nei primi anni di vita, dall’altro una quota limitata di Paesi continua a registrare livelli ancora molto elevati, spesso legati a condizioni di fragilità economica, sanitaria e istituzionale.

Fonte: UN IGME – Child Mortality Report 2025
Anno di riferimento 2024

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