
Apple paga per l’AI mancata: chiusa class action negli Stati Uniti dopo il caso Siri e Apple Intelligence
Apple ha accettato di pagare 250 milioni di dollari per chiudere una class action negli Stati Uniti legata ad Apple Intelligence, il sistema di intelligenza artificiale (AI) presentato nel 2024 come il grande salto evolutivo dell’ecosistema iPhone. Al centro della vicenda, raccontata da David McCabe e Kalley Huang sul New York Times, ci sono soprattutto l’assistente virtuale Siri e le funzionalità avanzate di AI che l’azienda aveva promesso agli utenti ma che, secondo i ricorrenti, non erano disponibili al momento del lancio commerciale dei nuovi dispositivi.
L’intesa, depositata davanti alla U.S. District Court del Northern District of California e ancora in attesa di approvazione definitiva da parte del giudice federale, prevede rimborsi diretti compresi tra 25 e 95 dollari per dispositivo agli acquirenti di alcuni modelli di iPhone 16 e iPhone 15 Pro acquistati tra giugno 2024 e marzo 2025.
È uno dei casi più significativi degli ultimi anni sul rapporto tra marketing e intelligenza artificiale nel settore tecnologico, e rappresenta anche un segnale della crescente pressione legale sulle Big Tech che promettono capacità AI ancora immature o non pienamente operative.
Il nodo: le promesse su Siri e Apple Intelligence
La contestazione nasce dalla campagna con cui Apple aveva lanciato Apple Intelligence durante la Worldwide Developers Conference del giugno 2024. In quell’occasione Cupertino aveva presentato la nuova piattaforma AI come la risposta interna a ChatGPT di OpenAI e a Gemini di Google.
Il punto centrale della strategia era il rilancio di Siri: un assistente personale profondamente rinnovato, capace di comprendere il contesto personale dell’utente, leggere email e messaggi, recuperare informazioni dai contenuti presenti sul dispositivo e interagire in modo molto più naturale.
Apple aveva inoltre promesso strumenti avanzati di scrittura automatica, riassunti intelligenti delle notifiche, organizzazione dei contenuti e assistenza contestuale nelle applicazioni di sistema.
Molte di queste funzionalità, però, non erano effettivamente disponibili quando gli iPhone 16 arrivarono sul mercato nel settembre 2024. Apple scelse un rilascio progressivo, distribuendo alcune caratteristiche nei mesi successivi attraverso aggiornamenti software.
Secondo le cause intentate dai consumatori, la società avrebbe però pubblicizzato capacità che “non esistevano ancora”, inducendo milioni di persone ad acquistare nuovi iPhone sulla base di funzioni AI assenti o incomplete.
Uno dei passaggi contenuti negli atti della class action è particolarmente duro: Apple avrebbe “ingannato milioni di consumatori inducendoli a spendere centinaia di dollari per un telefono che non avevano bisogno di acquistare, basandosi su funzionalità inesistenti”.
I problemi tecnici e il ritardo di Siri
Le difficoltà di Apple Intelligence sono emerse rapidamente.
Tra i casi più discussi c’è stato quello dei riassunti automatici delle notifiche, che in alcuni casi alteravano il significato di articoli giornalistici e notizie. Apple è stata costretta a disattivare temporaneamente alcune funzioni dopo le critiche ricevute.
Più delicata ancora la situazione di Siri. Nel marzo 2025 Apple ha rinviato ufficialmente il lancio della nuova versione avanzata dell’assistente vocale, citando problemi qualitativi e affidabilità insufficiente.
Il rinvio ha confermato ciò che molti analisti sospettavano: Apple era entrata nella corsa all’intelligenza artificiale generativa in ritardo rispetto ai concorrenti.
A differenza di Microsoft, Google o OpenAI, Cupertino non disponeva infatti di grandi modelli linguistici proprietari già maturi. La strategia iniziale puntava soprattutto sull’integrazione hardware-software e sull’elaborazione locale dei dati per preservare la privacy degli utenti, ma lo sviluppo delle capacità conversazionali si è rivelato più complesso del previsto.
Non è un caso che nel gennaio 2025 Apple abbia annunciato l’integrazione di Gemini di Google all’interno dei propri servizi AI, inclusa Siri. Una scelta che, fino a pochi anni fa, sarebbe stata difficilmente immaginabile per una società storicamente ossessionata dal controllo verticale della propria tecnologia.
Il cambio ai vertici
Le difficoltà hanno avuto conseguenze anche sul management. Nel dicembre 2024 Apple ha annunciato l’uscita di scena di John Giannandrea, il manager arrivato da Google nel 2018 per guidare la strategia sull’intelligenza artificiale. Giannandrea era stato considerato il simbolo dell’ambizione AI di Cupertino, ma il ritardo accumulato rispetto ai concorrenti ha indebolito la sua posizione interna.
Nel frattempo il mercato finanziario ha premiato in modo netto le aziende che hanno investito aggressivamente nell’intelligenza artificiale generativa. Microsoft e Nvidia hanno visto crescere enormemente la propria capitalizzazione grazie alla spinta dell’AI, mentre Apple ha mantenuto un approccio più prudente e graduale.
Il caso Apple Intelligence mostra però anche il rischio opposto: promettere troppo presto funzioni non ancora mature.
Apple nega ogni illecito, ma intanto c’è l’accordo da 250 milioni
Nel quadro dell’accordo transattivo, Apple continua formalmente a negare qualsiasi illecito. “Dal lancio di Apple Intelligence abbiamo introdotto decine di funzionalità in molte lingue integrate nelle piattaforme Apple”, ha dichiarato Marni Goldberg, portavoce dell’azienda, che ha aggiunto: “Abbiamo risolto questa vicenda per restare concentrati su ciò che sappiamo fare meglio: offrire i prodotti e i servizi più innovativi ai nostri utenti”.
Dal punto di vista finanziario, 250 milioni di dollari rappresentano una cifra relativamente contenuta per una società che genera oltre 90 miliardi di dollari di utili annui. Diciamo che la rilevanza dell’accordo sta nel suo alto valore simbolico: per la prima volta, uno dei principali colossi tecnologici globali accetta di risarcire direttamente i consumatori per promesse considerate eccessive sulle capacità dell’intelligenza artificiale.
È un precedente che potrebbe avere conseguenze importanti su tutto il settore. Negli ultimi due anni le Big Tech hanno accelerato la comunicazione sull’AI spesso presentando prototipi o funzioni sperimentali come esperienze già pronte per il mercato. Non sempre però le cose vanno per il verso giusto e una grande opportunità di profitto si trasforma rapidamente in un grattacapo legale e reputazionale.
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