Innovare è una responsabilità. Senza una visione chiara non esiste un futuro sostenibile, soprattutto al tempo dell’AI
In occasione delle celebrazioni italiane della 56ª Giornata Mondiale della Terra delle Nazioni Unite, alla Casa del Cinema di Roma si è tenuto l’incontro dal titolo “Comunicazione e digitale acceleratori di una transizione giusta”, appuntamento pomeridiano del Festival italiano dell’Innovability “Impatta Disrupt”, che ha messo al centro del confronto tra Istituzioni, imprese, università e mondo religioso il crescente impatto sociale dell’AI e della comunicazione digitale.
Promosso dal Think Tank Impatta e realizzato in collaborazione con Harmonic Innovation Group, Entopan e Fondazione Earth Day Italia, il Festival giunge alla sua terza edizione consolidando il proprio ruolo tra i principali appuntamenti italiani dedicati all’innovazione sostenibile e alla finanza d’impatto, inserendosi nel calendario ufficiale delle celebrazioni italiane dell’Earth Day.
“La transizione, per essere davvero efficace, deve essere al tempo stesso energetica e culturale, strettamente intrecciata con quella tecnologica. È questo il filo conduttore della sessione pomeridiana, dedicata ad approfondire i grandi cambiamenti in atto.
Al centro del dibattito, la transizione digitale e il ruolo della comunicazione, considerati strumenti fondamentali da interpretare e utilizzare al meglio. L’obiettivo è accompagnare un processo di trasformazione che sia giusto ed equo, capace di mettere al centro il benessere delle persone.
L’innovazione oggi non è una scelta, ma una responsabilità. Senza visione e capitali capaci di generare impatto, non esiste futuro sostenibile. Impatta Disrupt nasce per questo: trasformare il confronto in azione e le idee in cambiamento reale”, ha affermato in apertura di sessione Pierluigi Sassi, Presidente think tank Impatta e Fondazione Earth Day italia.
Rimettere al centro dell’innovazione la responsabilità e quindi l’uomo, come in un nuovo umanesimo
“Nel pieno delle trasformazioni in corso, il rapporto tra umanesimo e digitale emerge come un binomio cruciale, da declinare alla luce del concetto di giustizia. È questo il momento di interrogarsi a fondo su questa relazione, in un contesto segnato da una evidente crisi dei valori. Proprio a questi valori, però, è necessario tornare a guardare per orientare il cambiamento. L’umanesimo, inteso come visione del mondo che rimette al centro l’essere umano, torna oggi al centro del dibattito, in una fase storica che per certi aspetti richiama quella tra il Trecento e il Quattrocento. Nell’era dell’intelligenza artificiale, infatti, si sta progressivamente delegando alla tecnologia non solo il sapere e la conoscenza, ma anche l’etica e i processi decisionali. Un passaggio che comporta un rischio rilevante: quello di una responsabilità sempre più sfumata, se non del tutto assente. Una condizione che, se da un lato può risultare comoda, dall’altro rappresenta un errore da correggere con decisione.
Rimettere l’essere umano al centro significa riaffermare il valore dell’antropocentrismo e ristabilire una chiara attribuzione delle responsabilità. È necessario, in questo senso, riorganizzare i flussi decisionali, superando l’idea che l’intelligenza artificiale sia in grado di prendere decisioni in autonomia. Allo stesso modo, parlare di “etica dell’AI” rischia di essere una mistificazione: il piano etico deve restare distinto da quello tecnico. Ciò che conta è comprendere se gli algoritmi siano costruiti su regole chiare e trasparenti.
Da qui l’esigenza di “aprire le black box”, di rendere visibili i meccanismi interni dei sistemi e pretendere maggiore trasparenza. Un passaggio fondamentale, soprattutto considerando che la tecnologia è oggi al centro di una trasformazione epocale e rappresenta uno strumento imprescindibile per portare avanti la transizione energetica ed ecologica.
Per affrontare questa sfida è necessario adottare un approccio sistemico, capace di guidare un utilizzo corretto del digitale e di accelerare uno sviluppo realmente sostenibile. La precondizione per la sostenibilità è la sovranità digitale, che si articola su più livelli: da un lato la sovranità tecnologica, legata al controllo delle infrastrutture di base; dall’altro quella digitale, che riguarda le applicazioni e pone il tema della localizzazione dei dati.
Se i dati restano in Europa ma gli algoritmi sono sviluppati altrove, il problema non è risolto. È quindi indispensabile puntare anche sulla sovranità cognitiva. Tuttavia, allo stato attuale, l’Europa non sembra in grado di raggiungere pienamente nessuna di queste forme di sovranità, evidenziando la necessità di un maggiore controllo e governo delle infrastrutture. L’intelligenza artificiale, nel frattempo, contribuisce a ridefinire quotidianamente la realtà, fornendo risposte a ogni esigenza e modellando la percezione del mondo attraverso processi spesso opachi. Viviamo, di fatto, in una realtà “ri-mediata” dall’AI. In questo scenario, la sovranità delle scelte e il livello della loro sostenibilità dipendono sempre più dalla capacità di controllare le informazioni e di esercitare una reale autodeterminazione”, ha spiegato Stefano Epifani, Presidente Fondazione per la Sostenibilità Digitale, nella sua masterclass dal titolo “Umanesimo digitale per una transizione giusta”.

Il primo panel della giornata dal titolo “Digitale motore di competitività e trasformazione sociale” e moderato dal direttore di Key4Biz, Luigi Garofalo, è stato aperto dall’intervento di Paolo Vicchiarello, Capo Dipartimento Funzione Pubblica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri: “Nel contesto della Pubblica amministrazione, la digitalizzazione si traduce in semplificazione: riduzione dei tempi, alleggerimento degli oneri burocratici e maggiore efficienza nei processi di lavoro. Un percorso che ha conosciuto un’accelerazione significativa grazie agli investimenti del PNRR, permettendo alla PA di compiere passi avanti rilevanti. Tra i risultati più evidenti vi è la standardizzazione di numerosi servizi, in particolare nei settori delle attività produttive e dell’edilizia. Sono state introdotte piattaforme pubbliche con procedure omogenee a livello provinciale e regionale, che coinvolgono sia il front office sia il back office. Anche se spesso questi cambiamenti non sono immediatamente visibili agli utenti, i benefici si riflettono concretamente in tempi più rapidi, maggiore efficienza e, in prospettiva, in una crescente personalizzazione dei servizi.
L’evoluzione tecnologica ha infatti innescato un processo di innovazione che non riguarda solo gli strumenti, ma investe l’intera organizzazione, ridefinendo modelli operativi e modalità di erogazione dei servizi. La digitalizzazione viene così orientata sempre più verso le esigenze dei cittadini, con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita. In questo scenario, la Pubblica amministrazione punta anche a diventare più attrattiva per le nuove generazioni. In questa direzione si inserisce la piattaforma InPA, progettata con un linguaggio più semplice e accessibile. Una sorta di “LinkedIn della PA”, dove è possibile creare e aggiornare il proprio profilo professionale, che viene poi messo in relazione con le offerte disponibili, consentendo agli utenti di ricevere notifiche sulle posizioni più in linea con le proprie competenze”.
Sostenibilità, partecipazione e giustizia passano anche per le infrastrutture accessibili
“La connettività si conferma come un fattore abilitante fondamentale per la democrazia e la libertà. In questa direzione, lo sforzo messo in campo dal governo è stato significativo, soprattutto per colmare il digital divide. Il completamento del Piano Banda Ultra Larga ha già consentito di collegare 6.100 Comuni e, entro il 30 giugno 2026, è previsto il completamento di tutti i progetti sostenuti dal PNRR, incluso il piano Italia a 1 Giga. Un passaggio rilevante riguarda anche il coinvolgimento delle Regioni, alle quali è stato proposto di sviluppare reti sopra le infrastrutture esistenti. In questa prospettiva si inserisce, ad esempio, l’accordo siglato con l’Abruzzo, finalizzato a collegare gli enti locali anche con le regioni limitrofe, creando un ecosistema infrastrutturale su cui potranno svilupparsi le nuove applicazioni digitali. La qualità della vita, in questo scenario, passa sempre più attraverso una connettività diffusa ed efficiente.
Siamo convinti che la rete debba entrare pienamente nei processi di crescita del Paese e diventare una vera leva di sviluppo. Una rete disponibile ma non utilizzata in maniera efficiente, infatti, non genera valore.
I risultati raggiunti hanno posizionato l’Italia come una best practice a livello europeo: diversi Paesi hanno guardato con interesse al modello italiano, visitando il Paese per studiarne le soluzioni adottate. Un esempio concreto è il Sinfi, il primo catasto elettronico delle infrastrutture, che integra non solo le reti di telecomunicazione, ma anche quelle energetiche e idriche, includendo persino i cavi sottomarini. Grazie all’intelligenza artificiale, questo strumento consente oggi di mappare in modo avanzato le reti e orientare gli investimenti futuri. Un approccio che ha suscitato interesse anche negli Stati Uniti, colpiti dal livello di digitalizzazione raggiunto.
Resta però aperta una sfida cruciale legata alle risorse umane. A giugno scadranno infatti i contratti di molte delle persone assunte per l’attuazione dei progetti PNRR. Un tema particolarmente delicato, considerando che il vero capitale delle organizzazioni, soprattutto in ambito tecnologico, è rappresentato dalle competenze del personale. La formazione ha permesso di creare profili altamente qualificati, che ora rischiano di disperdersi. Per questo motivo, sono in corso valutazioni per prorogare i contratti, anche alla luce del fatto che le attività legate al PNRR proseguiranno fino al 2029, tra rendicontazione e monitoraggio dei cantieri. Parallelamente, Infratel sta lavorando con le Regioni per estendere la copertura dei costi fino al 2032. Attualmente, tuttavia, si registra una perdita media di tre risorse al mese tra quelle formate, evidenziando la necessità di rafforzare la capacità di trattenere i talenti migliori. Il PNRR ha rappresentato un potente acceleratore, ma la vera sfida sarà garantire continuità e valorizzare nel tempo il lavoro realizzato. Ora occorre completare e rafforzare il presidio della governance delle reti pubbliche. Infratel Italia dovrà potenziare il proprio ruolo come presidio strategico dello Stato sulle infrastrutture di rete, contribuendo a garantire coordinamento, continuità e sicurezza”, ha sostenuto Pietro Piccinetti, AD Infratel Italia.
Giorgio Scarpelli, COO Harmonic Innovation Group, ha invece parlato di “innovazione armonica”: “Un modello fondato su un approccio equilibrato tra le diverse dimensioni strategiche. Un paradigma che recupera una radice umanistica, offrendo punti di riferimento solidi per interpretare le scelte e le trasformazioni in atto.
In questa prospettiva, anche una startup potrebbe trarre vantaggio da un modello di sviluppo basato su una riflessione strutturata e consapevole, orientata al lungo periodo. Un approccio che valorizza la cultura d’impresa legata al territorio e che mira a costruire realtà capaci di durare nel tempo, andando oltre la logica del profitto immediato.
In quest’ottica, strumenti come incubazione, accelerazione e fondi di venture capital dovrebbero essere ripensati per sostenere un’innovazione più solida e sostenibile, capace di generare valore nel lungo termine”.
Ambiente e sviluppo sostenibile
“Il tema ambientale assume un peso diverso a seconda del settore e della tipologia di attività aziendale, ma si inserisce in un quadro più ampio che comprende sostenibilità e governance. L’universo ESG rappresenta oggi un elemento centrale per la crescita delle imprese, non solo per le grandi realtà ma anche, e forse soprattutto, per quelle di dimensioni più ridotte. Per le PMI, infatti, la sostenibilità è strettamente connessa alla gestione dei rischi, che non sono più soltanto di natura economica e finanziaria, ma includono aspetti ambientali, sociali e reputazionali. In questo contesto, il rapporto tra sostenibilità e comunicazione diventa cruciale e impone di affrontare con decisione il tema del greenwashing, evitando narrazioni fuorvianti o non supportate da dati concreti.
Parallelamente, si assiste a una crescita significativa della rendicontazione ESG, con bilanci di sostenibilità sempre più strutturati e tecnici. L’evoluzione richiesta alle imprese è chiara: non si tratta più di relegare i temi ESG a un capitolo separato, ma di integrarli in modo trasversale in tutte le attività aziendali, raggiungendo un livello di maturità più avanzato.
Un esempio concreto di impatto positivo è rappresentato dallo sviluppo di infrastrutture in fibra nelle aree colpite dal digital divide. Si tratta di interventi che generano un valore sociale rilevante, contribuendo a ridurre gli svantaggi socio-economici dei territori e andando ben oltre la semplice utilità privata. Allo stesso modo, l’innovazione tecnologica offre strumenti sempre più efficaci per la sostenibilità. Tecnologie IoT integrate con l’intelligenza artificiale consentono, ad esempio, di ridurre gli sprechi idrici nelle utility, prevedere i consumi e migliorare l’efficienza complessiva dei sistemi. Sul fronte infrastrutturale, iniziative come la realizzazione, insieme al fondo Azimut, di un cavo sottomarino che collega Mazara del Vallo a Genova, con due snodi in prossimità di Roma-Fiumicino e in Sardegna, testimoniano il valore strategico delle telecomunicazioni. Un asset fondamentale, soprattutto in un contesto globale segnato da crescente instabilità e incertezza”, ha spiegato Paolo Bianchi, Head of Corporate Communication & ESG Unidata.
“I dati ambientali rappresentano oggi un elemento strategico a supporto dell’azione di governo, sia a livello centrale sia locale. Il loro utilizzo è fondamentale, ad esempio, per il governo del territorio e per la gestione degli impatti che diversi fenomeni naturali e legati ad attività umane esercitano sulle comunità e sugli ecosistemi. Si tratta inoltre di informazioni cruciali per promuovere equità sociale e innovazione. I dati, infatti, possono favorire una maggiore partecipazione ai processi decisionali, consentendo ai cittadini di essere più consapevoli e coinvolti nelle scelte che riguardano il territorio. Non solo: possono orientare decisioni individuali rilevanti, come la scelta del luogo in cui vivere, sulla base di parametri quali il rischio idrogeologico, i livelli di inquinamento o la disponibilità di risorse idriche. Allo stesso tempo, risultano preziosi anche per settori come l’agricoltura, dove una conoscenza puntuale del contesto ambientale è determinante.
Il principale limite resta però l’accessibilità. Oggi il sistema dei dati ambientali appare frammentato, poco integrato e non sempre in grado di generare un impatto positivo diffuso sul benessere economico e sociale. In questo scenario, nonostante i progressi tecnologici, il ruolo dell’intelligenza umana rimane centrale. I dati satellitari per l’osservazione della Terra sono ormai ampiamente utilizzati e garantiscono livelli di accuratezza che raggiungono circa l’85%. Tuttavia, il margine di errore è ancora significativo e rende necessario un intervento umano complementare, sia per interpretare correttamente le informazioni sia per affinare continuamente gli strumenti e ridurre al minimo le imprecisioni”, ha dichiarato Michele Munafò, Responsabile Servizio per il Sistema Informativo Nazionale Ambientale ISPRA.

L’AI in mano alla Pubblica Amministrazione per disintermediare e ridurre le complessità
Mario Nobile, Direttore Generale AGID, intervistato da Luigi Garofalo sul tema “Il futuro digitale dell’Italia”, ci ha permesso di capire il posizionamento del nostro Paese in questa epoca storica caratterizzata da forte e rapida innovazione tecnologica e da drammatica instabilità geopolitica.
“Dal punto di vista tecnologico, l’Italia presenta una base digitale solida, costruita nel tempo attraverso importanti investimenti e politiche di diffusione dei servizi. I numeri lo dimostrano: 42 milioni di identità digitali, 48 milioni di carte di identità elettroniche, quasi 34 milioni di certificati di firma elettronica e circa 16 milioni di caselle PEC, rappresentano un patrimonio significativo anche nel confronto europeo. Nonostante questi risultati – ha sottolineato Nobile – permangono criticità legate soprattutto ai tempi e alla complessità burocratica. Procedure come l’apertura di un’impresa restano lente rispetto ad altri Paesi: in Germania, ad esempio, è possibile completarle in un solo giorno. In questo contesto, l’adozione di tecnologie come l’intelligenza artificiale rischia di non produrre i benefici attesi se non è accompagnata da una revisione profonda dei processi. Senza un cambiamento organizzativo e procedurale, anche gli strumenti più avanzati risultano poco efficaci.
Il sistema italiano, inoltre, è caratterizzato da una forte frammentazione amministrativa, con quasi 8.000 Comuni. Rendere operativi i servizi digitali in ciascuno di essi rappresenta una sfida complessa, che impone una riflessione strutturale, anche alla luce dei fenomeni di spopolamento che interesseranno molti territori. La digitalizzazione resta un obiettivo prioritario, ma richiede scelte organizzative coraggiose. Sul fronte dell’intelligenza artificiale, è importante mantenere uno sguardo realistico. Un’analogia utile è quella con i livelli della guida autonoma: il livello più avanzato, il livello 5, non è ancora stato raggiunto. Oggi ci collochiamo piuttosto tra il livello 3 e il livello 4, in una fase di automazione intermedia elevata. Questo significa che l’intervento umano rimane indispensabile. I sistemi di AI sono strumenti potenti, ma non sono dotati di coscienza né di reale capacità decisionale autonoma. Anche il dibattito sull’etica richiede chiarezza: più che parlare di “etica dell’AI”, è corretto riferirsi all’etica di chi la sviluppa e la utilizza. La responsabilità resta in capo agli esseri umani, che devono agire con maggiore consapevolezza.
Il tema della governance delle regole è altrettanto centrale. In un contesto internazionale sempre più frammentato, emerge la necessità di definire principi condivisi a livello globale. Le regole sull’intelligenza artificiale dovrebbero essere elaborate da organismi sovranazionali, capaci di rappresentare valori comuni e orientare l’innovazione verso obiettivi di interesse collettivo. Per sbloccare il potenziale innovativo del Paese in chiave sostenibile – ha aggiunto Nobile – la Pubblica amministrazione sta lavorando su un approccio centrato sugli “eventi della vita” dei cittadini. L’intelligenza artificiale può giocare un ruolo importante nella semplificazione dei processi: un esempio emblematico è quello delle pratiche legate alla nascita di un figlio, che oggi richiedono numerosi adempimenti. L’obiettivo è disintermediare, ridurre la complessità e costruire uno “Stato agentico”, in grado di offrire informazioni e servizi in modo proattivo e accessibile. Semplificare le regole e sostenere dinamiche demografiche più favorevoli, come l’incremento delle nascite, può contribuire a rafforzare la crescita del Paese, anche in una prospettiva di sviluppo sostenibile”.
L’intelligenza del futuro: umana, artificiale, condivisa
Il primo intervento del secondo panel della sessione, moderato dal direttore Garofalo e dal titolo “L’intelligenza del futuro: umana, artificiale, condivisa”, è stato del Professore di Sociologia dei processi culturali e comunicativi dell’Università di Roma “LUMSA”, Francesco Nespoli: “Il dibattito contemporaneo non si concentra più tanto su ciò che distingue l’intelligenza umana da quella artificiale, quanto piuttosto sugli effetti che derivano dalla loro interazione. È in questa relazione che si gioca la vera sfida: comprendere come mantenere l’essere umano al centro, soprattutto in un contesto in cui contenuti, servizi e prodotti vengono sempre più spesso co-creati insieme ai sistemi generativi. Ci sono sia rischi sia opportunità. I sistemi di intelligenza artificiale, infatti, tendono a funzionare come amplificatori e specchi di bias già presenti nella società. Per questo motivo, la verifica delle fonti diventa un passaggio cruciale, in particolare in ambiti delicati come il giornalismo, dove l’affidabilità delle informazioni è fondamentale.
Interessante anche la differenza generazionale nell’approccio a questi strumenti: mentre le fasce più adulte e con maggiore esperienza tendono a riporre fiducia nei sistemi di fact checking, i più giovani mostrano un atteggiamento più critico e consapevole. Un elemento che evidenzia come la vera sfida sia anche di natura formativa, richiedendo nuove competenze per interpretare e utilizzare correttamente queste tecnologie”.

Sul piano etico, invece, ha sottolineato da padre Alberto Carrara, Presidente Istituto Internazionale di Neurobioetica, “è possibile individuare valori condivisi da preservare nello sviluppo e nell’uso dell’intelligenza artificiale. Tuttavia, la loro definizione dipende inevitabilmente dal punto di vista adottato. La questione assume quindi una dimensione non solo tecnologica, ma anche sociale e antropologica. La sfida, in definitiva, è quella di individuare un minimo comune denominatore morale, capace di orientare lo sviluppo tecnologico in una direzione che sia sostenibile dal punto di vista umano e coerente con i valori fondamentali della società”.
“Con la missione Artemis II si assiste a un cambio di paradigma significativo: l’attenzione si sposta progressivamente dall’esplorazione allo sfruttamento economico dello spazio. Un passaggio che apre nuove prospettive, ma che richiede anche un rafforzamento delle competenze, soprattutto per quanto riguarda l’integrazione delle tecnologie avanzate all’interno delle imprese, in particolare nel campo delle cosiddette deep tech. Le applicazioni spaziali stanno infatti assumendo un carattere sempre più trasversale, con potenziali ricadute in numerosi ambiti: dall’agroalimentare all’industria, fino alla ricerca medica e farmaceutica. Tuttavia, per le tecnologie di frontiera permane un ostacolo rilevante, rappresentato dalla capacità di assorbimento da parte del mercato. Una criticità che, ad esempio, non si è manifestata con la stessa intensità nel caso dell’intelligenza artificiale.
Si configura così una sorta di competizione tra il potenziale tecnologico e la sua effettiva applicazione, che impone una riflessione sui modelli di sviluppo. In Europa, l’economia dello spazio si caratterizza ancora per un’impostazione distributiva, strutturata come una piramide: le risorse vengono allocate dall’alto e successivamente distribuite lungo la filiera. La sfida, nella prospettiva della New Space Economy, è quella di ribaltare questo modello, favorendo dinamiche più aperte e orientate al mercato, capaci di stimolare innovazione diffusa e maggiore protagonismo degli attori industriali”, ha affermato Domenico Maria Caprioli di yourscienceEDU.
Fake news, social media e comunicazione sostenibile
Il terzo panel, infine, sempre moderato da Garofalo, ha affrontato temi di massima rilevanza in termini sociali e comunitari, perfettamente riassunti nel titolo: “Informare o Influenzare? Fake news, social media e comunicazione sostenibile”.
“Tra dimensione online e offline esiste ormai una continuità strutturale, che impone di rimettere al centro la società partendo proprio dalla comunicazione e dai suoi effetti sulle persone. Informazione e comunicazione, infatti, incidono in modo diretto sugli atteggiamenti e sui comportamenti degli individui e delle comunità, contribuendo a plasmare la percezione della realtà. In questo contesto, è importante evitare visioni catastrofiste: la tecnologia, di per sé, non ha una natura distruttiva. Piuttosto, è il modo in cui viene utilizzata e raccontata a fare la differenza. La comunicazione, quindi, assume una responsabilità centrale, che deve tradursi nella capacità di informare in modo corretto, senza generare allarmismi o traumi inutili.
Superare il sensazionalismo e andare alla radice dei fenomeni diventa essenziale per permettere alle persone di comprendere davvero ciò che accade. Un’informazione di qualità, fondata su rigore e chiarezza, può avere un effetto “terapeutico”, contribuendo a costruire consapevolezza e fiducia. Chi opera nel campo dell’informazione ha dunque un ruolo cruciale nello spazio pubblico, sia online sia offline, e deve esercitarlo con responsabilità. L’obiettivo è contribuire a un ecosistema meno “inquinato”, non solo dal punto di vista ambientale, ma anche comunicativo, contrastando la diffusione di fake news e promuovendo contenuti affidabili e di valore”, ha spiegato Mihaela Gavrila, Professoressa di Medi Studies all’Università “Sapienza” di Roma.

“Il dibattito sulla sostenibilità si muove oggi tra due polarità critiche: da un lato la diffusione di fake news sul clima, dall’altro il rischio sempre più diffuso di greenwashing. In questo contesto, comunicare in modo sostenibile significa adottare un approccio concreto e trasparente, che diventa una condizione imprescindibile per operare in maniera etica e per preservare la credibilità delle organizzazioni. Le imprese sono chiamate a un cambio di paradigma: solo quelle capaci di mettere al centro valori come resilienza e sostenibilità potranno affermarsi nel lungo periodo. Non è più possibile ottenere risultati duraturi senza un impegno reale e strutturato, in cui la comunicazione sostenibile diventa parte integrante di ogni attività aziendale.
Si tratta di una necessità strategica e, al tempo stesso, urgente e un esempio l’abbiamo con l’Agenda 2030. In questa direzione, infatti, si inserisce la proposta della Global Alliance, rilanciata in Italia da FERPI, di affiancare ai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile un 18° goal dedicato alla comunicazione responsabile, riconoscendone il ruolo chiave nel guidare il cambiamento. Un esempio concreto di questo impegno è rappresentato anche dalla collaborazione tra FERPI, ASviS e RAI per il “Glossario della sostenibilità”, una rubrica pensata per diffondere consapevolezza sui termini e sulle buone pratiche legate allo sviluppo sostenibile. Parallelamente, sul piano normativo, la Corporate Sustainability Reporting Directive (CSRD), entrata in vigore nell’Unione Europea, segna un punto di svolta nel reporting di sostenibilità. Non si tratta più di un esercizio volontario, ma di un quadro regolatorio vincolante, che impone alle imprese di integrare i criteri ESG nei bilanci e nelle strategie aziendali.
L’obiettivo è duplice: da un lato rafforzare la trasparenza e la comparabilità delle informazioni ambientali e sociali, dall’altro orientare il mercato verso modelli di crescita più sostenibili. Tuttavia, l’adeguamento alla CSRD ha comportato sfide significative per molte aziende, tra cui lo sviluppo di sistemi di gestione dei dati più evoluti, una maggiore collaborazione tra le diverse funzioni aziendali e, soprattutto, un cambiamento culturale interno. La transizione verso la rendicontazione obbligatoria ha infatti evidenziato la complessità operativa del processo: dalla raccolta e qualità dei dati, al coinvolgimento dell’intera catena del valore, fino alla distribuzione delle responsabilità nei processi decisionali. Nonostante ciò, molte imprese stanno trasformando questo obbligo in un’opportunità, utilizzando la CSRD come leva strategica per allineare gli obiettivi di sostenibilità alla pianificazione aziendale e generare un vantaggio competitivo nel lungo periodo”, ha raccontato nel suo intervento Caterina Banella di Ferpi.
Riccardo Gallotti della Fondazione Bruno Kessler e Responsabile dell’unità di ricerca CHuB lab, ha poi introdotto il contesto europeo, dove “il contrasto alla disinformazione e alle fake news rappresenta una priorità crescente, con l’obiettivo di costruire un ecosistema informativo basato sulla fiducia. In questa direzione si collocano iniziative che integrano il monitoraggio automatizzato dei social media e dei contenuti informativi con tecnologie avanzate di intelligenza artificiale, pensate per supportare – e non sostituire – il lavoro dei verificatori umani. L’impatto della disinformazione, infatti, è sempre più evidente sia a livello individuale sia collettivo. Tuttavia, la quantità di contenuti prodotti online è tale da rendere impossibile un controllo esclusivamente umano: il ritmo di diffusione delle notizie false supera di gran lunga la capacità di analisi tradizionale. Da qui la necessità di ricorrere a strumenti basati sull’intelligenza artificiale, in grado di contrastare anche le forme più sofisticate di manipolazione.
In questo scenario si inserisce il progetto AI4TRUST, che propone un modello ibrido capace di combinare intelligenza umana e artificiale. L’obiettivo è rafforzare la capacità di risposta alla disinformazione in tutta l’Unione Europea, mettendo a disposizione di ricercatori e professionisti dei media tecnologie avanzate per l’analisi e la verifica dei contenuti. Il sistema sviluppato nell’ambito del progetto è progettato per monitorare in tempo quasi reale diverse piattaforme social, utilizzando algoritmi di intelligenza artificiale in grado di analizzare contenuti multimodali – testi, immagini e audio – e multilingue. I contenuti potenzialmente critici vengono segnalati agli esperti per una revisione approfondita, con l’obiettivo finale di produrre report affidabili e personalizzati, utili sia per gli operatori dell’informazione sia per i decisori pubblici.
La complessità del contesto attuale rende sempre più difficile distinguere tra informazione e disinformazione. La velocità delle tecnologie supera spesso quella delle notizie stesse e della capacità umana di elaborarle. Già durante lo svolgimento degli eventi, infatti, circolano online contenuti manipolati o completamente generati dall’intelligenza artificiale, rendendo sempre più sfumato il confine tra vero e falso. L’enorme quantità di contenuti prodotti con strumenti generativi complica ulteriormente il lavoro di verifica e indagine. La sfida, oggi, è quindi sviluppare modelli di analisi e comprensione della realtà – anche nella sua dimensione digitale – capaci di stare al passo con una rete che dispone di strumenti sempre più avanzati per la manipolazione dei contenuti”.
“Il Corecom (Comitato Regionale per le Comunicazioni) è un organismo istituito a livello regionale che svolge funzioni di garanzia, consulenza e controllo nel settore delle comunicazioni, operando in stretto raccordo con l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (Agcom). Tra i servizi offerti, vi è anche la conciliazione gratuita delle controversie tra utenti e operatori di telefonia, internet e Pay-TV, uno strumento fondamentale per la tutela dei cittadini. In qualità di articolazioni territoriali dell’Agcom, i Corecom rivestono un ruolo centrale nella protezione del pubblico, in particolare a livello locale. Le loro attività comprendono il monitoraggio della corretta rappresentazione politica e della qualità dei contenuti audiovisivi, contribuendo a garantire un’informazione equilibrata e trasparente.
Con l’evoluzione tecnologica e la crescente diffusione di strumenti di manipolazione video, come i deepfake, le funzioni di vigilanza si stanno progressivamente ampliando anche alla lotta contro la disinformazione, con l’obiettivo di tutelare il dibattito democratico. In questo contesto, emerge con forza il valore strategico della cooperazione tra istituzioni. Come sottolineato da Barbato, “fare rete” è essenziale per monitorare in modo efficace i rischi emergenti e intervenire tempestivamente. Un esempio concreto è rappresentato dalla collaborazione tra Corecom e Polizia postale, particolarmente rilevante nella tutela dei minori e nel contrasto alle minacce informatiche. Tuttavia, la sfida principale resta quella educativa.
Il pubblico di riferimento è costituito soprattutto da giovani e studenti, ai quali è necessario fornire strumenti per comprendere i rischi della rete e sviluppare uno spirito critico. In questa direzione si inseriscono le attività di alfabetizzazione digitale promosse nelle scuole, attraverso percorsi formativi modulari dedicati alla sicurezza online. Nonostante gli sforzi, però, il divario culturale e comportamentale rimane significativo, rendendo evidente la necessità di rafforzare ulteriormente le iniziative formative. Per questo motivo, l’educazione civica assume un ruolo fondamentale, così come l’introduzione di strumenti come il “patentino digitale”, pensati per accompagnare le nuove generazioni verso un uso più consapevole e responsabile delle tecnologie”, ha dichiarato Carola Barbato, Coordinatore Nazionale Corecom.
Al centro dell’innovazione tecnologica c’è sempre l’elemento umano
Nelle conclusioni della sessione, Silvia Testarmata, Presidente Corso di Laurea in Scienze della Comunicazione, Marketing e Digital Media dell’Università di Roma “LUMSA”, ha sottolineato che “non può esserci innovazione senza trasparenza e responsabilità”, aggiungendo che “in un contesto sempre più orientato alla sostenibilità, il ruolo della comunicazione diventa centrale: una comunicazione autentica, fondata sulla verità, è infatti essenziale per costruire fiducia e accompagnare i processi di trasformazione.
Al centro dello sviluppo tecnologico non c’è la tecnologia in sé, ma l’elemento umano, che si esprime attraverso le persone e le comunità. È questa dimensione a determinare il senso e la direzione dell’innovazione. In tale prospettiva, la comunicazione digitale assume un valore sempre più educativo, legato alla qualità dell’informazione e alla capacità di formare cittadini consapevoli.
La formazione diventa quindi un fattore decisivo per affrontare le sfide contemporanee, in particolare quelle connesse alla disinformazione e all’uso distorto delle tecnologie, che incidono profondamente sulla percezione della realtà. In questo scenario, i professionisti della comunicazione sono chiamati a svolgere un ruolo attivo e consapevole, esercitando una responsabilità etica rilevante nella gestione e nella narrazione dell’innovazione digitale”.
Un appuntamento, quello offerto da Impatta Disrupt, di estrema attualità, che ci ha permesso di approfondire argomenti che necessitano un confronto urgente tra Istituzioni, imprese, società civile e mondo accademico e religioso, perchè, come ha detto sempre ieri il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’incontro al Quirinale con una delegazione di studenti di scuole di giornalismo: “L’Intelligenza Artificiale sta conquistando un ruolo sempre più diffuso se non addirittura egemone nella nostra esistenza, rendendo ancora più urgente la riflessione sul rapporto con la verità. Occorre un’adeguata consapevolezza morale per rendere possibile il suo utilizzo a beneficio dell’umanità, con la definizione di regole. Come quelle messe in campo dall’Unione Europea per il governo dell’Intelligenza Artificiale senza che essa si trasformi in uno strumento di dominio da parte di giganti tecnologici che pretendono di sostituirsi agli Stati sovrani e all’ordinamento internazionale. Le trasformazioni in atto nel mondo dell’informazione interrogano anche i giornalisti e sollecitano a rifuggire dal rischio di indolenza o di negligenza: le trasformazioni non mutano la natura della professione, anzi, ne accentuano, piuttosto, le responsabilità“.
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