Leonardo nel gorgo geopolitico: la resistenza del mercato finanziario ad un’eventuale sostituzione del CEO Cingolani

  ICT, Rassegna Stampa
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Si puntava quota 77, in pochi giorni si precipita sotto quota 55.

Il titolo Leonardo in Borsa si sta avvitando, nonostante i cosiddetti fondamentali di bilancio siano del tutto lusinghieri, numeri che farebbero la felicità di ogni investitore: aumento fatturato, aumento margine operativo, aumento dividendo. E soprattutto un magazzino prodotti di assoluta qualità e competitività, forse troppo, persino.

Ora Leonardo ha in cantiere il nuovo e poderoso sistema anti-missile denominato “Michelangelo Dome”, una cupola protettiva in grado di assicurare grande copertura sia per gli attacchi a sciame dei droni sia per i nuovi missili ipersonici, che sfoggiano i russi.

Michelangelo Dome di Leonardo, che cos’è? Le caratteristiche tecniche 

Si tratta di un sistema dove una certa creatività artigianale, tipicamente italiana, ha trovato la chiave per far dialogare, questa è la caratteristica di base dell’apparato, linguaggi e standard digitali diversi, creando un unico ambiente in cui una sola regia ottimizza e integra ogni qualsivoglia sistema tecnologico sia nei dintorni.

Michelangelo dunque non è un singolo prodotto, ma un’architettura di difesa multi-dominio progettata per integrare sensori, effettori e sistemi di comando in una rete coerente e “intelligente”. La sua versatilità tecnica è ciò che lo rende un’eccellenza, ma è anche il motivo principale per cui è visto con sospetto dagli alleati storici, in particolare americani e israeliani che avevano il monopolio di queste infrastrutture che erano rigidamente chiuse e proprietarie, mentre la soluzione italiana si presenta aperta e open source. 

Una vera rivoluzione su uno dei mercato più delicati e sensibili con evidenti risvolti geo politici.

La difesa aerea tradizionale si basa infatti sulla “kill chain” (catena di distruzione), un processo lineare in cui un sensore (radar) rileva un bersaglio e assegna un comando a un effettore specifico (batteria missilistica). Michelangelo introduce il concetto di “kill web” (rete di distruzione). In questo modello, non c’è più un accoppiamento gerarchico fisso. Qualsiasi sensore della rete — un satellite in orbita, un drone, il radar di una nave o un sensore IR a terra — può fornire dati.

Centrale è il ruolo di risorse di intelligenza artificiale che agiscono come il “direttore d’orchestra” della rete, elaborando volumi di dati nell’ordine di centinaia di terabyte al secondo. L’AI esegue una fusione avanzata dei dati provenienti da sensori multipli, calcola la traiettoria delle minacce (incluse quelle ipersoniche che viaggiano a oltre 5 km/s) e seleziona automaticamente il “miglior effettore” disponibile.

Questo permette di ottimizzare la risposta operativa a “velocità di macchina”, mantenendo al contempo l’operatore umano nel ciclo decisionale per le scelte etiche e tattiche finali.

Cingolani-CEO-Leonardo

Il componente tecnico più innovativo di Michelangelo è il modulo cosiddetto MC5. Questo componente è stato progettato per essere “plug-and-play”: può essere inserito in sistemi di comando e controllo (C2) tattici già esistenti, anche se obsoleti o prodotti da nazioni diverse.

La versatilità tecnica del Michelangelo Dome è, paradossalmente, proprio la ragione della tensione diplomatica con gli Stati Uniti e Israele

Sebbene il sistema sia stato esplicitamente ispirato all’esperienza di indubbio successo dell’Iron Dome israeliano (90% contro razzi a corto raggio), Leonardo ha voluto creare qualcosa di più ambizioso e, soprattutto, indipendente.

Sistemi come il Patriot (USA) o l’Arrow (Israele) sono spesso concepiti come “ecosistemi chiusi”, come abbiamo già accennato. Per funzionare al massimo delle prestazioni, richiedono che tutti i componenti (radar, software di comando, intercettori) siano forniti dallo stesso produttore o rispettino standard proprietari strettamente controllati. Gli Stati Uniti utilizzano questi standard come leva diplomatica e commerciale, legando i paesi acquirenti alla loro catena di approvvigionamento e alla loro supervisione tecnologica.

Michelangelo rompe questo schema

Essendo un’architettura aperta, permette di integrare, con una sorta di bricolage digitale, intercettori di diversa provenienza (ad esempio i missili Aster della europea MBDA) e sensori locali, riducendo la dipendenza dalle “scatole nere” americane. La capacità del modulo MC5 di agire come un traduttore universale per ogni tipo di segnale digitale significa che una nazione europea potrebbe acquistare Michelangelo e continuare a usare i suoi vecchi radar o missili, evitando di spendere miliardi per un nuovo pacchetto completo “made in USA”.

Un altro punto di forte attrito se non proprio di rottura è di natura economico-militare.

 Il conflitto in Ucraina ha evidenziato un’asimmetria insostenibile: l’uso di missili Patriot da 2 milioni di dollari per abbattere droni russi/iraniani Shahed da 500 dollari.

Gli Stati Uniti e Israele traggono enormi profitti dalla vendita di questi intercettori ad alta tecnologia.

Michelangelo è progettato per “invertire” questa asimmetria attraverso, se possiamo dire, la prioritizzazione guidata dall’AI. Il sistema valuta la pericolosità del bersaglio e assegna l’effettore meno costoso possibile.

In un quadro così teso si aggiunge poi un altro elemento, tutto politico, di resistenza da parte di Tel Aviv. L’Italia sta cercando di sviluppare capacità sovrane per la protezione delle rotte energetiche nel Mediterraneo, vitali dopo le interruzioni nel Mar Rosso provocate dagli Houthi. L’adozione di un Cloud Sovrano per la gestione dei dati sensibili della difesa garantisce che le informazioni tattiche e strategiche non transitino su infrastrutture controllate da attori extra-europei, un punto su cui Cingolani è stato irremovibile. Anche a costo di pagare un prezzo, economico e tecnologico. 

L’esclusione della tecnologia israeliana (come l’Iron Beam per i laser) potrebbe comportare per l’infrastruttura di Leonardo, probabilmente, una perdita di efficacia del 25% e un aumento dei costi di sviluppo del 20% per l’Italia.

Tuttavia, per il governo italiano e per Leonardo, questo è considerato un prezzo accettabile per garantire l’autonomia industriale e il controllo totale sulla “mente” del sistema difensivo. O almeno tale sembrava il mandato di Palazzo Chigi. 

Ma evidentemente qualcosa nella bussola geopolitica nazionale deve essere cambiata

Tanto è vero la prospettiva di misurare sul campo l’efficacia di una tale capacità tecnologica tutta nazionale, diciamo una vera sovranità digitale, come si profila con l’affidamento del collaudo di Michelangelo agli ucraini, sembrerebbe non considerata positivamente dal governo. Si vuole evitare, in campo aperto una confrontazione con i partner di Washington e israeliani.

Tra l’altro proprio la versatilità del sistema Michelangelo Dome potrebbe essere applicata anche in ambito civile per ottimizzare l’intera digitalizzazione di sistemi complessi come reti sanitarie, o apparati della pubblica amministrazione, dove convivono standard e linguaggi digitali differenti e incompatibili. Una prospettiva che conferma il carattere dual use di ogni tecnologia e l’effetto di una ricerca quale quella di Leonardo sull’intero sistema industriale e dei servizi nazionale.

Sotto la guida di Roberto Cingolani, l’azienda ha smesso di essere un semplice fornitore di elicotteri e velivoli per diventare un “integratore di sistemi di sistemi”, una posizione che le conferisce un potere negoziale, persino una proiezione sul fronte culturale e comunicativo, con l’intraprendenza delle Fondazioni varate da Leonardo, ma inevitabilmente proprio questa intraprendenza cozza con un percorso prudente e accidentato avviato dall’esecutivo.

Ora però il nervosismo dei mercati non lascia grandi margini di incertezza: o Palazzo Chigi in prima persona fuga dubbi e incertezze oppure si scatena una cosa al ribasso come modo per far intendere il dissenso del popolo finanziario e forse anche di importanti centri di interesse europei.

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