Come creare Campioni tech europei, i consigli di Cdp venture capital

  ICT, Rassegna Stampa
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L’Europa sa fare ricerca, sviluppare tecnologie e formare competenze, ma fatica ancora a trasformare queste risorse in imprese capaci di competere sui mercati globali. È questa la contraddizione al centro del panel “Come creare campioni europei o hub tecnologici, partendo anche dall’Italia?” moderato da Laura Chimenti, giornalista e conduttrice del Tg1, che si è svolto durante la 4^ edizione di Digital Innovation Forum – la Cernobbio del Digitale – in corso a Villa Erba, sul lago di Como, dal 14 al 16 ottobre su iniziativa della Fondazione Innovazione Digitale ETS edorganizzata da NOW Italia e da Triumph Group.

Ad aprire il dibattito è stato Brando Benifei, deputato del Parlamento europeo, che ha individuato tre ostacoli principali per le startup innovative: l’accesso al capitale, la disponibilità di capacità computazionale e la complessità del quadro normativo. Sono difficoltà che, secondo l’europarlamentare, spingono alcune imprese a trasferirsi all’estero dopo i primi round di finanziamento.

Il problema, tuttavia, non riguarda soltanto le risorse economiche. Negli ultimi anni l’Unione europea ha costruito un’importante architettura normativa sulle nuove tecnologie, dall’AI Act al Digital Services Act e al Digital Markets Act, che però, data la frammentazione nell’applicazione e nell’enforcement, rischia di indebolire la competitività delle imprese nostrane.

“Avere un’Unione Europea ancora a metà, dove si fanno normative di rango federale e poi abbiamo invece un’implementazione ancora estremamente frammentata, anche per le scelte degli Stati membri, è un handicap”.

Per superare questo limite, occorre procedere verso una maggiore integrazione del mercato continentale e favorire l’ingresso di capitali di rischio. La questione, quindi, oltre che tecnica, è politica: senza un’effettiva capacità di attuare le decisioni comuni, anche le norme pensate per semplificare l’attività delle imprese rischiano di trasformarsi in un ulteriore ostacolo.

Sullo schermo grande l’Eurodeputata Elena Donazzan

Semplificare le regole e dare certezze alle imprese

Sul tema regolatorio è intervenuta da remoto anche Elena Donazzan, europarlamentare e vicepresidente della Commissione per l’industria e l’energia, che ha messo al centro la necessità di coniugare semplificazione e certezza normativa. Il problema, nella sua analisi, è che l’Europa dispone di una significativa capacità di ricerca, ma non sempre riesce a trasformare i risultati scientifici in prodotti e processi industriali.

“L’Europa, come l’Italia, innovano attraverso una ricerca molto evoluta, un’accademia raffinata, una capacità di costruire centri di ricerca di eccellenza che producono prototipi che poi, però, non riescono a entrare sul mercato”. Perché?

Secondo Donazzan, a frenare questo passaggio contribuisce un quadro normativo diventato troppo rigido e dettagliato, che rischia di non adattarsi alla velocità dei cambiamenti tecnologici.

La risposta del settore pubblico dovrebbe quindi consistere nel semplificare, garantire stabilità delle regole e certezza dei finanziamenti, evitando di introdurre ulteriori vincoli.

Donazzan richiama inoltre un altro elemento: la necessità di rafforzare la filiera tecnologica a monte, a partire dall’approvvigionamento delle materie prime. Senza una maggiore autonomia e una reale neutralità tecnologica, sostiene, le imprese europee rischiano di partire svantaggiate già nelle prime fasi dello sviluppo industriale.

Enrico Borghi, componente del Copasir e della Commissione Affari costituzionali del Senato

A riprendere il tema della competitività anche Enrico Borghi, componente del Copasir e della Commissione Affari costituzionali del Senato, che ha invitato l’Europa a riconoscere il cambiamento degli equilibri globali.

Per Borghi, l’Unione deve infatti superare un sistema di regole e di governance concepito in un contesto storico profondamente diverso da quello attuale. Questo non vuol dire rinunciare ai propri valori, ma “trasformarli in un elemento di forza nella competizione internazionale”. L’Europa, ricorda, dispone del più grande mercato integrato e di uno dei sistemi di welfare più sviluppati al mondo, oltre a una tradizione di tutela dei diritti che può rappresentare un vantaggio distintivo.

Il confronto globale si sta giocando sempre più sulla sovranità digitale, sul calcolo quantistico e sull’intelligenza artificiale, settori in cui si stiamo assistendo a una competizione tra due modelli: quello cinese, in cui lo Stato assume un ruolo centrale nel controllo dei dati, e quello statunitense, caratterizzato dal peso crescente delle grandi aziende tecnologiche.

Il rischio è che l’Europa, in questa partita, rimanga spettatrice: “Dobbiamo svegliarci, coniugare i nostri valori fondamentali e renderci conto che, se vogliamo, possiamo essere una potenza”.

Emanuele Levi, amministratore delegato e direttore generale di CDP Venture

Venture capital, la condizione per far crescere le startup

Dalla strategia europea il dibattito è passato al funzionamento concreto dell’ecosistema dell’innovazione. Emanuele Levi, amministratore delegato e direttore generale di CDP Venture Capital, ha elencato quattro priorità per far emergere imprese tecnologiche in grado di competere a livello internazionale: un quadro societario comune, maggiori capitali lungo tutte le fasi di sviluppo delle aziende, il coinvolgimento degli investitori istituzionali e una più forte internazionalizzazione.

Tra gli strumenti da sviluppare c’è il cosiddetto 28° regime, pensato per consentire alle imprese di operare secondo regole comuni a livello europeo. Ma il problema, secondo Levi, riguarda soprattutto i finanziamenti alla crescita. Il rischio infatti è che l’Europa sostenga la nascita delle imprese, ma non riesca a finanziarne adeguatamente lo sviluppo, lasciando che i capitali stranieri intervengano quando le aziende iniziano a dimostrare il proprio potenziale.

“Gli europei finanziano il pezzo più difficile, che sono i primi quattro-cinque anni di attività, e quando c’è qualche vero campione che emerge, a quel punto, molto spesso i capitali arrivano dagli Stati Uniti”.

Per Levi, una parte importante delle risorse potrebbe arrivare dal risparmio privato e dagli investitori istituzionali. L’esperienza francese, con un programma avviato nel 2019 per mobilitare capitali assicurativi e mutualistici, ha dimostrato per esempio che esistono strumenti per incentivare questi investimenti.

Gianluca Dettori, Chairman & General Partner, Primo Capital

Dalla ricerca all’industria: i settori su cui puntare

Quali opportunità, quindi, per l’Italia? Secondo Gianluca Dettori, Chairman & General Partner, Primo Capital, il nostro Paese ha “tutte le carte in regola per competere in tantissimi settori”, tra i quali sicurezza quantistica, spazio e biotecnologie.

Nella sicurezza quantistica, Dettori ha raccontato per esempio che Primo Capital ha finanziato recentemente una start-up di settore nata in Canada da un ricercatore italiano, poi riportata in Italia per svilupparne qui la tecnologia. Un esempio di come le competenze nazionali possano essere valorizzate, a condizione di creare le condizioni economiche per farlo.

Anche lo spazio rappresenta un comparto strategico. L’Italia può contare su una filiera manifatturiera completa, che comprende motori, lanciatori, elettronica di bordo, sistemi di navigazione e software. E opportunità importanti esistono anche nelle biotecnologie, dove la qualità della ricerca deve però essere accompagnata da capitali sufficienti a sostenere percorsi di sviluppo che possono richiedere dieci o quindici anni prima di arrivare alla commercializzazione di un farmaco.

È proprio qui che entra in gioco il venture capital. “Tutte queste aziende esistono per una semplice ragione: perché esisteva il venture capital”, ha ricordato Dettori, richiamando le storie di Apple, Microsoft, SpaceX, Tesla e OpenAI. Dietro la nascita di grandi imprese tecnologiche ci sono stati investitori disposti a finanziare progetti ancora agli inizi, assumendosi il rischio di scommettere sul loro potenziale.

Per Dettori bisogna quindi cambiare il modo in cui vengono percepite le start-up: realtà che possono sembrare piccole e marginali, ma che nel tempo hanno il potenziale per diventare grandi gruppi internazionali. “Quello che serve secondo me è un cambio culturale di attenzione”.

Guido Torrielli, presidente di Rete ITS Italia

Formare i talenti per le tecnologie del futuro

L’ultimo tema affrontato riguarda le competenze necessarie per sostenere la trasformazione. Guido Torrielli, presidente di Rete ITS Italia, ha parlato del ruolo degli Istituti tecnologici superiori nel collegare formazione, imprese e territori.

“Il DNA dell’ITS sono l’impresa, i ragazzi, le competenze e i risultati”, ha dichiarato, descrivendo un modello formativo che punta a rispondere direttamente alle esigenze del sistema produttivo. Gli ITS, secondo Torrielli, possono contribuire tanto alla preparazione dei giovani quanto alla crescita dei territori.

Il presidente di Rete ITS Italia ha sottolineato poi la notevole espansione degli ITS: gli istituti sono 149 e, dopo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, gli iscritti sono passati da circa 10mila a 40mila. Un aumento che riflette senza dubbio l’interesse crescente verso percorsi formativi orientati alle competenze tecniche e professionali, con lo sviluppo di settori anche molto specialistici.

“Di questi 40.000 iscritti”, ha raccontato Torrielli, “8.000 si trovano negli ITS che si occupano di biotecnologia, le nuove tecnologie della vita. Altri stanno sviluppando competenze in settori fondamentali, dalla mobilità sostenibile alla meccatronica fino alla cybersicurezza”.

Torrielli chiede quindi alle istituzioni di continuare a investire in questo modello, anche attraverso risorse europee dedicate, per evitare che i finanziamenti destinati agli ITS si disperdano in altri settori e per far crescere gli innovatori e le innovatrici del futuro.

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