App della Commissione Ue
Ursula von der Leyen ha presentato ieri la prima applicazione di age verification ufficiale targata Ue e l’ha messa a disposizione degli stati membri che desiderano introdurre un’età minima per l’accesso ai social network.
Si tratta in sostanza di uno strumento simile all’applicazione introdotta dalla Commissione per garantire la libera circolazione durante la pandemia di Covid-19 alle persone vaccinate o testate negative, che all’epoca si rivelò un grosso successo adottata da 78 paesi in quattro continenti. Lo scrive La Matinale Européenne in un’analisi approfondita comparsa oggi.

Precisazioni del Commissario Agcom Massimiliano Capitanio su Linkedin dopo l’annuncio della App da parte della presidente Ursula von der Leyen


Il timing non sembra casuale
Il timing di questo annuncio della presidente della Commissione non è casuale: Emmanuel Macron ha convocato in materia una videoconferenza con diversi leader europei. L’obiettivo è appunto quello di fare pressione su Ursula von der Leyen affinché agisca sulla verifica dell’età minima di accesso ai social. La Francia è il primo Stato membro ad aver notificato alla Commissione l’intenzione di adottare una legge che vieti l’accesso ai social network ai minori di 15 anni. Dopo l’annuncio fatto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel settembre 2025, von der Leyen ha agito con molta lentezza su questo terreno. L’età digitale minima è un terreno scivoloso: un passo falso e la Presidente della Commissione potrebbe inciampare. Lo stesso vale per la sua attuazione.
Intenzioni lodevoli per la age verification
Sia ben chiaro, che le intenzioni di von der Leyen sono lodevoli. “Credo fermamente che siano i genitori, non gli algoritmi, a dover educare i nostri figli”, ha detto nel suo discorso sullo Stato dell’Unione nel settembre 2025, annunciando la creazione di un gruppo di esperti incaricato di consigliarla sull’età minima per l’accesso ai social media. “Troppo spesso, madri e padri si sentono impotenti e indifesi, come se stessero annegando nello tsunami creato dalle grandi aziende tecnologiche che sta invadendo le loro case”, ha aggiunto.
Timori dei genitori
“Questi genitori temono che, semplicemente scorrendo i feed, i loro figli possano essere esposti a tutta una serie di pericoli: molestie online, contenuti per adulti, incitamento all’autolesionismo e algoritmi che sfruttano le vulnerabilità dei bambini con l’obiettivo esplicito di creare dipendenza”, ha aggiunto, citando l’Australia, che aveva appena annunciato il divieto per i minori di 16 anni, come possibile modello. Le stesse idee sono state ribadite ieri: “Nell’UE i diritti dei bambini vengono prima degli interessi commerciali”, ha detto von der Leyen.
Corsa a ostacoli per von der Leyen
Ma al di là della retorica di prammatica, von der Leyen si trova di fronte ad una serie di ostacoli e di resistenze all’introduzione di un’età minima di accesso al digitale a livello Ue.
Italia capofila del progetto Ue di age verificaton
L’Italia non si muove da sola. In parallelo, partecipa a un progetto pilota europeo insieme a Francia, Spagna, Grecia e Danimarca per sviluppare un sistema di verifica dell’età valido per i social network.
L’idea è quella di un’app interoperabile, integrata nel futuro portafoglio digitale europeo, atteso entro la fine del 2026. L’obiettivo è ambizioso: consentire alle piattaforme di sapere se un utente è maggiorenne o meno, senza conoscere la sua identità, in linea con GDPR e Digital Services Act.
Il Sottosegretario alla Trasformazione Digitale Alessio Butti ha recentemente detto che per la “verifica età minori sul social con l’App IO sarebbe già possibile, ma serve una norma”. Insomma, in Italia sarebbe già fattibile.
Paesi nordici e baltici scettici sull’age verification
Gli Stati membri che hanno annunciato una legislazione in materia sono Francia, Spagna, Austria, Grecia, Irlanda, Danimarca e Paesi Bassi. Anche l’Italia sembra essere favorevole. Tuttavia, diversi Paesi, in particolare alcuni nordici e baltici, si oppongono fermamente. A loro avviso, il livello di alfabetizzazione digitale di genitori e figli è tale da consentire loro di riconoscere e affrontare i pericoli posti dai social media. Impedire ai bambini di accedere a queste piattaforme li priverebbe di informazioni e conoscenze, scoraggiando le loro future capacità innovative. Non a caso, la vicepresidente della Commissione responsabile per gli affari digitali, la finlandese Henna Virkkunen, si mostra scettica sull’introduzione di un’età minima per l’accesso ai social media.
Posizioni diverse, von der Leyen ha preso tempo
Stretta tra le pressioni di Macron e Sánchez da un lato, e quelle di Virkkunen e di numerosi esperti dall’altro, von der Leyen ha temporeggiato. Il gruppo di esperti promesso a settembre è stato creato solo a marzo. Si riunirà oggi per la seconda volta. Le sue raccomandazioni saranno presentate in estate. Solo allora la Presidente della Commissione deciderà se proporre un’iniziativa legislativa per l’intera UE. Nel frattempo, gli Stati membri hanno iniziato ad agire unilateralmente e in modo disorganizzato. Francia e Grecia vogliono fissare l’età minima per l’accesso alle informazioni digitali a 15 anni, la Spagna a 16. In Italia, alcune forze politiche vorrebbero 14 anni, come in Austria.
Come funziona all’estero la age verification?
Quale legislazione dovrebbe applicarsi a un minore che viaggia nell’UE? La legislazione del paese in cui si trova? La legislazione del suo paese di cittadinanza? La legislazione del suo paese di residenza? O la legislazione relativa all’indirizzo IP da cui si connette?
Rischio frammentazione con leggi nazionali di age verification
In ogni caso, il risultato rischia di essere “la frammentazione del mercato unico digitale”, ha spiegato un funzionario della Commissione a La Matinale Européenne. Le piattaforme potrebbero essere costrette ad applicare ventisette regole diverse, anziché un’unica regola europea. Per questo motivo gli Stati membri devono notificare in anticipo i progetti di legge che introducono un’età minima per l’accesso al digitale. “Queste leggi nazionali sarebbero contrarie al diritto europeo”, ha ammesso il funzionario. Von der Leyen ha riconosciuto la necessità di armonizzazione a livello UE. Ma la questione è troppo delicata dal punto di vista politico per spingere la Commissione a censurare i singoli Stati membri. È meglio temporeggiare.
Anche la app Ue di age verification è una mossa tattica? App pronta ma non ancora disponibile per gli utenti finali
Anche l’app per la verifica dell’età presentata ieri da von der Leyen e Virkkunen rientra in questa tattica dilatoria. In assenza di una proposta legislativa europea, la Commissione sta offrendo uno strumento tecnico agli Stati membri che desiderano introdurre un’età minima digitale. Ieri von der Leyen ha dichiarato che l’app era “tecnicamente pronta”. Tuttavia, non è ancora disponibile per gli utenti finali. In realtà, non si tratta di un’app completamente funzionante, bensì di una bozza che gli operatori pubblici e privati possono utilizzare come base per integrare il sistema nei portafogli digitali nazionali o per sviluppare le proprie applicazioni.
Standard open source
Gli standard sono elevati in termini di tecnologia open source e protezione dei dati. Non vi sarà alcun obbligo di adottarla, per il momento. Tuttavia, le principali piattaforme saranno incoraggiate a farlo, poiché si tratta del miglior sistema di verifica dell’età attualmente disponibile, requisito previsto dalla legge sui servizi digitali (DSA) per la fornitura di determinati servizi.
App della Commissione a rischio boomerang politico?
L’app della Commissione rischia di ritorcersi contro di essa sul piano politico. Per verificare l’età, gli utenti dovranno scaricare un’app sul proprio smartphone (pubblica o privata, purché basata sulla tecnologia della Commissione), dare il proprio consenso più volte (ad esempio, per l’utilizzo dei dati personali, che rimarranno comunque riservati), utilizzare la propria carta d’identità due volte (prima per fotografare il numero di serie, poi per far riconoscere il chip del documento dallo smartphone) e infine sottoporsi al riconoscimento facciale. Questa procedura dovrà essere ripetuta una volta al mese.
App macchinosa?
Questo macchinoso processo di verifica non ha nulla a che vedere con l’esperienza online che gli utenti hanno su piattaforme, app e siti web che richiedono un’età minima. A meno che non creino un account – il che consentirebbe alla piattaforma di memorizzare e utilizzare i loro dati personali – gli utenti dovranno autenticare la propria età ogni volta che effettuano l’accesso. Questo requisito si applicherà non solo ai siti pornografici, ma a tutti i siti soggetti a obblighi legali in materia di età. “Anche a quelli dei piccoli player”. “L’esperienza sarà peggiore del dare il consenso all’uso dei cookie. Potrebbe essere scoraggiante. Ma dobbiamo decidere fino a che punto noi, in quanto adulti, siamo disposti a collaborare per proteggere i nostri figli”.
App facilmente aggirabile?
L’app della Commissione presenta anche delle possibili falle che potrebbero consentire agli utenti di aggirare la verifica dell’età. Per evitarla, basterà connettersi tramite VPN dall’esterno dell’UE o dagli Stati membri che decidono di imporre un’età minima per l’accesso ai social media. Gli smartphone dovranno essere dotati di tecnologia NFC, la stessa utilizzata per i sistemi di pagamento. E non dimentichiamo le teorie del complotto: in un momento in cui la fiducia nell’uso della tecnologia da parte delle autorità pubbliche è ai minimi storici, l’estrema destra, l’estrema sinistra, i libertari e l’amministrazione Trump saranno pronti a denunciare un nuovo Grande Fratello imposto dai “burocrati di Bruxelles” (come li definisce JD Vance).
Rischio deresponsabilizzazione delle piattaforme?
Introdurre un’età minima per l’accesso ai social media comporta un altro rischio: “Disconnetterà le piattaforme dai rischi che corrono i bambini e gli adolescenti”, ci ha detto un altro funzionario della Commissione. TikTok, Instagram, X, Facebook e Snapchat potrebbero sentirsi liberi di pubblicare qualsiasi contenuto vogliano perché, secondo la legge, i minori di una certa età non possono accedere alle loro piattaforme. Tuttavia, esiste una soluzione senza ricorrere a una maggioranza digitale.
Basterebbe il DSA
Secondo il DSA (Digital Security Act), le piattaforme hanno obblighi molto chiari da rispettare per proteggere i minori: rispetto della privacy, sicurezza, riduzione dei rischi associati a contenuti illegali o dannosi, protezione contro le pratiche che creano dipendenza e divieto di pubblicità mirata. “Basterebbe semplicemente applicare il DSA in modo molto più rigoroso”, ci ha detto un terzo funzionario. Sarebbe anche sufficiente educare i genitori affinché non lascino che i loro figli vengano travolti dallo tsunami delle grandi aziende tecnologiche.
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