Social media vietati ai minori? In Australia non sta funzionando

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Qualcuno ricorderà che qualche mese fa è stato annunciato dal governo australiano un divieto mirato a tenere i minori lontani dai social. Molte voci “dall’Internet” si erano levate per denunciare l’utopia dietro questa iniziativa, ma il governo è andato avanti lo stesso e il divieto è entrato in vigore il 10 dicembre 2025. Adesso, sono stati pubblicati i risultati di una ricerca commissionata dalla Molly Rose Foundation, una fondazione dedicata al benessere psicologico dei minori, e lo scenario non è quello sperato.

Secondo lo studio, il 61% dei ragazzi tra i 12 e i 15 anni continua a utilizzare i social media nonostante il divieto entrato in vigore a dicembre. I dati, raccolti su un campione di 1.050 minori, indicano che molti account sono rimasti attivi e non sono stati identificati dalle piattaforme, consentendo l’accesso con le stesse modalità precedenti all’introduzione delle restrizioni. Questo elemento introduce un primo tema chiave per la sicurezza: il divieto normativo, da solo, non produce automaticamente un controllo tecnico efficace.

Qualcuno potrebbe obiettare che non serviva lo studio per scoprirlo, ma avere un caso reale aiuta, invece, a comprendere meglio il fenomeno e a studiarne le dinamiche.

Il divario tra regolamentazione e controlli tecnici

La ricerca evidenzia come il problema principale non sia stato l’aggiramento delle regole tramite tecniche avanzate, ma la mancata identificazione degli account esistenti da parte delle piattaforme. In molti casi i minori hanno continuato ad accedere semplicemente perché i loro profili non sono stati rimossi o sottoposti a verifiche più stringenti.

I dati mostrano che le principali piattaforme hanno mantenuto una quota significativa degli utenti più giovani, con percentuali superiori alla metà degli utenti precedenti. Il dato più rilevante è che gli intervistati dichiarano di non aver dovuto utilizzare workaround specifici, segno che il sistema di enforcement non è stato implementato in modo efficace.

Solitamente, su Securityinfo non trattiamo temi sociologici, ma stavolta facciamo un’eccezione perché è un meccanismo che si applica spesso a molte altre casistiche con gli stessi risultati. Misure percepite come protettive possono generare un falso senso di sicurezza, inducendo istituzioni e famiglie a ritenere il problema mitigato quando in realtà l’esposizione rimane sostanzialmente invariata.

Age verification e nuovi rischi di sicurezza

Il dibattito si sposta quindi sui meccanismi di verifica dell’età, che rappresentano il vero nodo tecnico del problema. La Molly Rose Foundation propone l’introduzione di un “systemic duty of care” che obblighi le piattaforme a implementare controlli più stringenti e a rimuovere contenuti non adatti ai minori.

Questo approccio apre però nuove questioni di sicurezza e privacy. Sistemi di age verification basati su documenti o biometria comportano la gestione di dati altamente sensibili, aumentando la superficie di attacco e il rischio di violazioni. Soluzioni meno invasive, al contrario, risultano più semplici da aggirare e quindi meno efficaci nel garantire il rispetto delle restrizioni. Si crea quindi un equilibrio complesso tra protezione dei minori, sicurezza dei dati e fattibilità tecnica che rende difficile implementare controlli realmente efficaci senza introdurre nuovi rischi.

Il contesto europeo e le nuove restrizioni

Il caso australiano assume particolare rilevanza mentre diversi Paesi europei stanno valutando misure analoghe. Il governo britannico sta studiando nuove limitazioni per gli under 16, mentre Grecia, Francia, Spagna e Paesi Bassi stanno lavorando a restrizioni simili. Anche il Parlamento europeo ha proposto una risoluzione non vincolante che suggerisce di limitare l’accesso alle piattaforme social e video per i minori, con soglie differenziate in base all’età.

Questa convergenza normativa evidenzia come il tema non sia più soltanto sociale o educativo, ma anche tecnologico. Senza infrastrutture affidabili per l’identificazione dell’età e senza meccanismi di enforcement coerenti, i divieti rischiano di rimanere misure formali con impatto limitato.

Il caso australiano conferma un principio già osservato in altri ambiti: le policy senza enforcement tecnico tendono a fallire. Lo stesso schema si riscontra nel controllo dei contenuti, nella moderazione automatica e nelle restrizioni geografiche, dove i divieti formali non bastano senza controlli operativi continui.

Nel caso dei minori, il rischio è duplice. Da un lato i ragazzi continuano ad accedere a piattaforme senza protezioni adeguate. Dall’altro le istituzioni possono considerare il problema risolto, riducendo l’attenzione verso strumenti più efficaci di tutela.

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