Dipendenza energetica e storage: il vero nodo della sicurezza europea

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La crisi energetica del 2022 ha lasciato un segno profondo nell’economia e nella coscienza strategica europea. Il prezzo del gas naturale ha raggiunto livelli critici, le bollette hanno messo in ginocchio famiglie e imprese, e l’Europa ha scoperto quanto fosse fragile il proprio sistema energetico.

Due anni dopo, i prezzi si sono parzialmente normalizzati. Ma il problema strutturale resta intatto: l’Europa non ha ancora risolto il nodo della sicurezza energetica. E la risposta a questo problema passa per una tecnologia di cui si parla troppo poco in termini strategici: lo storage.

L’illusione dell’autosufficienza rinnovabile

Il piano europeo è chiaro: raggiungere la neutralità climatica al 2050 attraverso una massiccia elettrificazione alimentata da fonti rinnovabili. Il pacchetto “Fit for 55” della Commissione Europea e i piani nazionali degli Stati membri prevedono una crescita molto significativa della quota di rinnovabili nel mix elettrico entro il 2030. Secondo la IEA circa metà della generazione elettrica globale entro quella data sarà da fonti rinnovabili.

Ma questo piano ha un punto cieco evidente. Le rinnovabili producono energia in modo intermittente, e senza sistemi adeguati per gestire questa intermittenza, l’Europa rischia di sostituire la dipendenza dalle fonti fossili importate con una dipendenza altrettanto pericolosa: quella dalle condizioni meteorologiche.

Un inverno con poco vento e poco sole in Europa centrale potrebbe creare deficit energetici enormi. E in assenza di storage continueremmo a importare combustibile fossile da fornitori esteri.

Lo storage come infrastruttura strategica

In questo contesto, i sistemi di accumulo energetico non sono semplicemente una tecnologia utile. Sono un’infrastruttura strategica per la sicurezza e indipendenza energetica europea.

I sistemi di accumulo energetico BESS, in particolare, rappresentano la tecnologia più matura e scalabile per fornire flessibilità al sistema elettrico su diverse scale temporali: flessibilità oraria per la gestione dei picchi giornalieri, flessibilità giornaliera per lo spostamento di energia tra ore di sovrapproduzione e deficit, e riserva di emergenza per interventi rapidi in caso di guasti sulla rete.

Ogni GWh di capacità di accumulo installata in Europa è un GWh di indipendenza in più dalle forniture esterne. E in un mondo in cui l’energia è sempre più un bene strategico anche a livello geopolitico, l’indipendenza ha un valore che va ben oltre il calcolo economico.

Il paradosso della supply chain

Ma la questione della sicurezza energetica legata allo storage presenta un paradosso che non può essere ignorato: per ridurre la dipendenza energetica dall’estero, l’Europa sta creando una nuova dipendenza dalle batterie importate. E la filiera delle batterie è oggi fortemente concentrata in Asia orientale.

I dati dell’IEA e della Commissione Europea sono inequivocabili:

•       La Cina da sola detiene quasi l’85% della capacità globale di produzione di celle per batterie agli ioni di litio.

•       Oltre la metà del processing globale di litio e cobalto è concentrata in un singolo Paese.

•       La lavorazione della grafite è ancora più sbilanciata a livello globale.

Questo significa che un piano di installazione massiccia di storage in Europa dipende, almeno nel breve-medio termine, da forniture extra-europee. Una dipendenza che, alla luce delle crescenti tensioni commerciali internazionali, rappresenta un rischio concreto.

Le risposte europee

Critical Raw Materials Act: il regolamento europeo sulle materie prime critiche, approvato nel 2024, fissa target ambiziosi al 2030: almeno il 10% del consumo annuo UE da estrazione interna, almeno il 40% da processing interno, almeno il 25% da riciclo, e non oltre il 65% di dipendenza da un singolo Paese terzo in ciascuno stadio di lavorazione.

European Battery Alliance: l’iniziativa promossa dalla Commissione Europea per sviluppare una filiera europea delle batterie. Diversi stabilimenti produttivi di grande scala sono in fase di costruzione o pianificazione in Francia, Germania, Svezia e altri Paesi membri.

Diversificazione tecnologica: la ricerca, sostenuta anche dai fondi Horizon Europe, su chimiche alternative (sodio-ione, stato solido, batterie a flusso) mira a ridurre la dipendenza da materiali critici attualmente concentrati fuori dall’Europa.

Regolamento europeo sulle batterie: prevede obiettivi ambiziosi di riciclo, creando una fonte secondaria di materiali che nel tempo ridurrà la dipendenza dalle miniere.

Il caso Italia

L’Italia si trova in una posizione ambivalente. Non ha risorse significative di litio o altri minerali critici. Ma ha competenze industriali nella produzione di componenti e nell’integrazione di sistemi che potrebbero posizionarla come hub manifatturiero per lo storage nell’Europa meridionale.

Il mercato italiano è in forte crescita, trainato dagli obiettivi del PNIEC e dalle aste del capacity market gestite da Terna. Ma la velocità di sviluppo dipenderà anche dalla capacità del Paese di semplificare i processi autorizzativi e di garantire un quadro regolatorio stabile.

Sicurezza energetica: una questione di capacità

Il dibattito sulla sicurezza energetica europea tende a concentrarsi sulle fonti. Ma il vero discriminante non è solo da dove viene l’energia, ma se il sistema è in grado di gestirla in modo affidabile.

Un sistema elettrico europeo con l’80% di rinnovabili ma senza adeguata capacità di storage è un sistema vulnerabile. Lo storage è il tessuto connettivo che trasforma un insieme di impianti rinnovabili in un sistema energetico funzionante.

La partita della sicurezza energetica si gioca quindi su tre tavoli: diversificazione delle fonti, sviluppo delle reti e costruzione di capacità di accumulo. Trascurare uno di questi elementi significa compromettere l’intero progetto. La domanda strategica non è se l’Europa avrà bisogno di storage, ma se riuscirà a svilupparlo abbastanza rapidamente e con una supply chain sufficientemente diversificata.

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