DL bollette. Carbone per l’Italia fino al 2038. Scelta sconveniente, dipendiamo dall’import e prezzo instabile per la guerra

  ICT, Rassegna Stampa
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Carbone fino al 2038: scelta di emergenza o passo indietro? Costi, rischi e contraddizioni della strategia energetica italiana

Il Governo apre alla possibilità di mantenere operative le centrali a carbone fino al 2038, tredici anni oltre la scadenza fissata dal Piano nazionale energia e clima (Pniec), che prevedeva lo stop entro dicembre 2025. La proroga è entrata nel decreto Bollette (D.L. n. 21/2026), attraverso emendamenti presentati da Lega e Azione e approvati in Commissione Attività produttive della Camera.
Decreto che inizierà il suo esame in aula proprio oggi.

È strano doverne riparlare a distanza di anni, ma la motivazione ufficiale è la sicurezza energetica. “Tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, devono essere utilizzate al meglio”, ha dichiarato il ministro per gli Affari europei e il Pnrr, Tommaso Foti. I deputati della Lega parlano di una scelta “giusta e responsabile” in una fase di crisi internazionale.

Ma le critiche non mancano. Per il Pd si tratta di “chiacchiere pericolose e propaganda”, come ha affermato Andrea Orlando, sottolineando che molti impianti sono fermi da anni e difficilmente riattivabili in tempi brevi. Ancora più netto Angelo Bonelli (Europa Verde), che accusa l’esecutivo di “climafreghismo”.

Una scelta dettata dall’emergenza

Il decreto si inserisce in un contesto globale complesso: diversi Paesi stanno rallentando l’uscita dal carbone. Negli Stati Uniti sono stati rimossi vincoli sulle emissioni, il Giappone ha aumentato temporaneamente il ricorso al carbone, mentre in Germania (dove il phase-out è previsto proprio nel 2038) non si escludono rinvii.

Anche in Italia il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, ha indicato la volontà di mantenere “in riserva” centrali come Brindisi e Civitavecchia. Il ritorno al carbone diventerebbe economicamente sostenibile, secondo il ministero, solo con prezzi del gas stabilmente sopra i 70 €/MWh, ben oltre i circa 55 €/MWh attuali.

Ma questa è una fotografia parziale. Il vero nodo riguarda i costi strutturali e i rischi futuri.

Carbone, una storia di dipendenza dall’estero

L’Italia importa tra il 90% e il 100% del carbone che utilizza. La produzione nazionale è residuale, limitata alla miniera del Sulcis in Sardegna. Negli anni recenti, le importazioni si sono attestate tra 4 e 7 milioni di tonnellate annue, con un totale stimato di circa 14,7 milioni di tonnellate nel 2025.

I principali fornitori sono sempre gli Stati Uniti (20-25%), seguiti da Colombia, Australia, Indonesia, Sudafrica (quote variabili). La dipendenza dalla Russia, un tempo al 50%, oggi è stata fortemente ridimensionata, ma rimane ancora rilevante.

Il trasporto avviene quasi esclusivamente via mare, attraverso una flotta di 50-60 navi bulk carrier. Le rotte globali, però, espongono il sistema a rischi geopolitici crescenti, anche e soprattutto a causa dell’attuale conflitto avviato da Stati Uniti e Israele in Iran, che colpisce il Golfo, lo stretto di Hormuz e che ora torna ad infiammare il canale strategico del Mar Rosso e dello stretto di Bāb el-Mandeb (sotto tiro delle milizie Houthi filo iraniane e filo palestinesi).

Il fattore Mar Rosso e l’aumento dei costi. Il carbone non è un fonte energetica sicura

La crisi del Mar Rosso, aggravata a partire dallo scorso anno dagli attacchi Houthi, sta già incidendo sui costi logistici. Circa il 25-30% delle forniture, in particolare quelle dall’Australia, è costretto a deviare dal Canale di Suez passando per il Capo di Buona Speranza.

Le conseguenze sono diverse e tutte pesanti per noi: ritardi di 10-15 giorni; aumento dei costi di trasporto tra il 20% e il 40%; freight rate saliti da 20-30 $/tonnellata a 35-45 $.

Nel complesso, si stima un aumento dei prezzi del carbone del 10-15%. Un segnale chiaro: il carbone non è una fonte stabile, non è sicura, non è prevedibile.

Il nodo politico: emergenza o strategia?

Il Governo difende la proroga come misura temporanea. Ma il rischio è che l’eccezione diventi regola, rallentando investimenti già insufficienti nelle rinnovabili e nelle infrastrutture di accumulo.

Il punto critico non è solo ambientale, ma industriale: continuare a investire, o anche solo mantenere, il carbone significa sottrarre risorse alla transizione.

La scelta di estendere l’uso del carbone fino al 2038 può apparire, nel breve periodo, una risposta prudenziale alla crisi energetica. Ma i numeri raccontano un’altra storia: costi crescenti, dipendenza estera, rischi geopolitici e impatti sanitari elevati.

Il carbone non è più una soluzione economica né strategica. È, piuttosto, il segno di una transizione incompleta e di una scelta ideologica che non porta da nessuna parte (al solito, “ci guardiamo l’ombelico”).
In un sistema energetico sempre più orientato alla sicurezza, alla sostenibilità e alla competitività, il vero errore non è solo tornare al carbone, è non aver accelerato abbastanza sulle alternative.

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